sabato 15 settembre 2012

Terreno comune

di Nicolò Troianiello

MRDV
Un’istantanea della situazione mondiale scattata dalla mente degli architetti, una considerazione profonda sui rapporti e sulle intersezioni che si instaurano tra architettura e società civile, tra progetto e comunità, tra cultura ed economia. La presa di coscienza della necessità di fare un salto di qualità nell’analisi del mondo contemporaneo e sforzarsi per condividere saperi, esperienze, unire storie e spazi al fine di fronteggiare una crisi ormai assodata dell’architettura nella società di oggi, o almeno per suggerire un ruolo, civile e figurativo, che l’architettura potrebbe avere per affrontare la profonda metamorfosi che sta coinvolgendo tutti. In particolare il mondo occidentale.
Queste sono solo alcune delle molteplici chiavi interpretative della tredicesima edizione della Mostra Internazionale d’Architettura della Biennale di Venezia, curata dall’architetto inglese David Chipperfield, in programma dal 29 agosto al 25 novembre. Common Ground, ovvero terreno comune.

“Con il tema di quest’anno, Common Ground, si torna a parlare di architettura” spiega Paolo Baratta, presidente della Biennale di Venezia: per aiutare gli architetti a uscire dalla crisi d’identità che stanno vivendo, e nello stesso tempo offrire al pubblico la possibilità di guardare dentro l’architettura, rendersela familiare e scoprire che ad essa si può chiedere qualcosa, che il diverso è possibile, che non siamo condannati alla mediocrità. David Chipperfield spiega la scelta di questo tema come un tentativo di “stimolare i colleghi a reagire alle prevalenti tendenze professionali e culturali del nostro tempo che tanto risalto danno alle azioni individuali e isolate. Ho voluto incoraggiarli a dimostrare, invece, l’importanza dell’influenza e della continuità dell’impegno culturale, a illustrare idee comuni e condivise le quali costituiscono la base di una cultura architettonica.”
La Biennale, come esposizione, come manifestazione artistica, ha una grande responsabilità. Il suo ruolo diventa cruciale soprattutto nei momenti di crisi e di tensione. Sociale, economica e culturale. È un indicatore dello Stato dell’Arte. Dovrebbe spiazzare e sedurre, provocare visioni e trasportarci in paesaggi sconosciuti, inesplorati, semplicemente nuovi, della mente e dell’immaginazione e spronarci a elaborare idee da percorrere, concrete e propositive, in risposta ai problemi che la “contemporaneità” ci obbliga ad affrontare. La realtà ci costringe a costatare che risulta sempre piú difficile e delicato non solo offrire possibili soluzioni ma suggerire e proporre ipotesi strategiche realmente originali, forti e convincenti. È un periodo di crisi evidente, non solo del mondo dell’architettura ma del pensiero stesso sull’architettura. È proprio questo stato di crisi che occupa in maniera drammatica le coscienze e le menti, la crisi in cui oggi affonda la società e quindi l’architettura, che ci spinge a ridiscutere e ri-dimensionare il ruolo dell’architetto, in particolare a ridefinirne i contorni sociali, e a rimarcarne l’ormai definitiva discesa dal piedistallo dopo anni di protagonismi e spettacolarizzazioni spesso effimere.

Herzog e de Meuron
La scelta del curatore della mostra David Chipperfield di intitolare la 13° edizione della Biennale d’Architettura “Common Ground” appare proprio come la volontà di aprire un dialogo razionale su questi problemi. Common Ground, radici comuni, storia, tradizioni, temi che stanno particolarmente a cuore all’architetto inglese, sono il filo rosso che attraversa tutto il percorso della mostra, dai Giardini all’Arsenale, insieme all’idea di una regia aperta, controllata e di qualità. A cominciare dalla scelta dei materiali per gli allestimenti, che risultano ben studiati, semplici ed equilibrati, come mirato appare anche l’uso delle tecnologie (per la prima volta da quest’anno l’intero catalogo della mostra sarà sfogliabile in versione digitale, con informazioni sulle opere e sugli autori). L’attenzione si concentra non tanto sui caratteri generici e complessivi delle città, ma sul corpo dell’architettura, sulla sua scala, sulle relazioni che si instaurano con le persone che ne usufruiscono. Un processo cominciato con la precedente edizione curata dalla giapponese Kazuyo Sejima, People meet in architecture, e prolungato con efficacia dall’edizione in corso. Al contrario della Biennale del 2010, molto poetica e a tratti visionaria, questa risulta un’edizione piú concentrata sulla realtà, in particolare sui mali storici, culturali, piú spesso riscontrabili nel vecchio continente. Casi di abbandono del patrimonio edilizio, di cattive gestioni e di anarchie, di pianificazioni urbanistiche disordinate e disorganizzate come quelle documentate nel film Freeland di MVRDV. Concretezza è la parola d’ordine. L’esigenza di ripartire da quello che si ha. Fare bene i conti con quello che c’è. I 67 architetti invitati sembrano tutti aver colto a pieno l’invito e interiorizzato al meglio le intenzioni di Chipperfield. Da Zaha Hadid a Grafton Architects, da Fulvio Irace a Eduardo Souto de Moura, da Toshiko Mori a Norman Foster.


Peter Zumthor
Emblematica l’installazione Spain, mon amour di Luis Fernández-Galiano: all’indomani dell’esplosione della bolla immobiliare la Spagna cerca di interrogarsi sul complicato futuro dei professionisti spagnoli. L’impronta della crisi è visibile, crisi non solo economica ma politica, come emerge dallo studio esposto su trittici dall’aspetto sacrale, dedicato alla progettazione delle New Towns di Crimson Architectural Historians, in cui è evidente la mancanza di ideali di comunità, emancipazione e progresso alla base dell’idea progettuale. Emergenze sociali come l’abusivismo in Italia raccontato da Alison Crawshaw nel Padiglione Centrale, mediante un’istallazione sulla facciata, “il grande balcone”, sulla quale viene proiettato un video chiamato “volo sulle toponimie”. Crisi di pensiero, testimoniata dalle riviste specializzate scomparse schierate come un monito da Steve Parnell sempre al Padiglione Centrale. OMA (Rem Koolhaas, Ellen van Loon) espone all’Arsenale le opere pubbliche di diverse municipalità, in particolare inglesi e olandesi degli anni Settanta, che si sono distinte nel tempo come esempi di spazi urbani intelligenti e di alta qualità. 13178 Moran Street si riunisce e si organizza a Detroit in seguito alla crisi che ha sconvolto la città americana, per comprare una casa vuota a un’asta pubblica e ridare nuova vita all’immobile come segno di rinascita e speranza. Alejandro Aravena, SANAA, Elke Krasny sperimentano forme di progettazione partecipata e condivisa con la cittadinanza per restituire forma e vita a villaggi e quartieri disabitati o, come nel caso del giappone, a Sendai, letteralmente spazzati via dallo tzunami. La partecipazione sembra proprio essere il leit motiv dell’intera mostra. Sottolineato dal Leone d’oro andato ai venezuelani Urban–Think Thank e all’installazione Gran Horizonte: un bar-ristorante con cibo tradizionale sudamericano realizzato all’interno dell’Arsenale come luogo di aggregazione sociale. Gli architetti e gli abitanti di Caracas sono riusciti a creare una nuova comunità partendo da un edificio abbandonato. L’ispirazione è l’architettura partecipata, il coinvolgimento degli abitanti come parte attiva del processo di occupazione o appropriazione dello spazio, che suggerisce tutta la forza propositiva e la determinazione delle associazioni informali.


Norman Foster
David Chipperfield, in linea con la propria formazione culturale, non trascura la componente linguistica dell’architettura, la forma come espressione, l’esercizio dialettico. Troviamo cosí il risultato di una forte tradizione accademica in Hans Kollhoff, di un’esigenza di contatto tra Storia e Linguaggio formale dell’architettura in Caruso St. John, oppure i segni di una cultura materiale come la casa costruita in scala 1:1 dall’indiana Anupama KundooLungo queste direttrici si modella il percorso degli architetti premiati con il Leone d’argento, andato alle giovani irlandesi Grafton per l’interessante presentazione di un nuovo campus universitario a Lima, sulla base di un’attenta rilettura delle architetture del brasiliano Paulo Mendes da Rocha, e con la menzione speciale della giuria assegnata a Cino Zucchi. Autore di un’installazione basata sulla differenza all’interno dell’uguaglianza, sulla ricchezza della similitudine. È argomento di riflessione invece la natura del padiglione italiano, forse indebolito dal fatto di non aver presentato proposte architettoniche originali, complice anche il ritardo della nomina del curatore. “L’Italia rimane la patria spirituale dell’architettura”, riflette Chipperfield. “È qui che si può comprendere pienamente l’importanza dell’edificio non come spettacolo individuale, bensí come manifestazione di valori collettivi e scenario della vita quotidiana. Tali presupposti mi hanno portato a concentrarmi sull’apparente mancanza di intesa tra la professione e la società.”

“Non è un anno come gli altri, il common ground deve tradursi in un progetto concreto e visionario, in cui cultura ed economia scrivano un nuovo patto.” Questa la “doverosa premessa” di Luca Zevi, curatore del Padiglione Italia.
Il progetto curatoriale del Padiglione Italia si basa sulla scommessa della possibile riscrittura del “patto”, luogo fertile e condiviso, tra le ragioni dell’architettura, del territorio, dell’ambiente e dello sviluppo economico. Un common ground tra imprenditoria e architettura, tassello imprescindibile per una futura ripresa. Il racconto descrive le “quattro stagioni” dell’architettura del Made in Italy (I Adriano Olivetti, nostalgia di futuro; II L’assalto al territorio; III Architetture del Made in Italy; IV reMade in Italy) lungo un percorso accidentato e fecondo, votato alla ricerca di un rapporto virtuoso tra architettura, crescita e innovazione. In particolare viene raccontata l’esperienza di uno dei piú grandi e illuminati industriali del secolo scorso, Adriano Olivetti. Un percorso inteso come paradigma di un modello di sviluppo in cui politica industriale, politiche sociali e promozione culturale si integrano nella proposta di una strada innovativa nella progettazione delle trasformazioni del territorio. La sua visione è stata definita “utopistica” ma appare, viceversa, una strategia vincente, declinata al futuro, animata da esigenze urgenti e attuali.

Giusta sintesi concettuale e simbolica l’acclamata assegnazione da parte del Cda della Biennale, proprio il giorno d’inaugurazione della mostra, del Leone d’Oro alla carriera all’architetto portoghese Alvaro Siza, che merita di essere paragonato a uno dei piú grandi poeti del secolo scorso, Fernando Pessoa, con il quale condivide non solo le origini, ma anche un’idea della visione: “perché ho la dimensione di ciò che vedo e non la dimensione della mia altezza”, si legge nel Libro dell’inquietudine.

Nicolò Troianiello ha studiato architettura all’Università degli Studi Roma Tre, alla Fay Jones School of Architecture della University of Arkansas, e alla Cambridge School of Architecture della University of Waterloo. Fa parte di un gruppo di progettazione formato da giovani architetti e lavora come assistente e tutor per corsi e workshop internazionali di progettazione architettonica all’Università degli Studi Roma Tre. Nel 2009 ha vinto il concorso per la realizzazione di un monumento a ricordo degli internati e delle vittime del campo di concentramento “Le Fraschette ad Alatri”.

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