mercoledì 28 novembre 2012

Aerei campi

Wi-Fi è la quinta voce del Dizionario controfattuale dell’innovazione di Matteo Pelliti. Un glossario incongruo fatto di indagini storico-etimologiche che aprono varchi nella stolida compattezza delle parole d’ordine della modernità. Un antidoto ai tic gergali e alle coazioni al nuovo, da somministrare, parafrasando Montale, agli “innovatori che non si voltano”. Uno stupidario puntuale come il mercoledí, tutti i mercoledí, in collaborazione con Il Bureau.



Dopo ciò detto, per gli aerei campi
vagando, a parte a parte e l’ombre e i lochi
gli mostrò, l’invaghí, tutto d’amore
de la futura gloria il cor gli accese. 
Virgilio, Eneide, VI

Wi-Fi
 
Contrariamente a quanto l’assonanza sillabica suggerirebbe, il Wi-Fi non ha a che vedere con l’alta fedeltà, né delle connessioni né delle trasmissioni dei dati. Certamente, si dirà, Guglielmo Marconi si occupò di Wi-Fi, là dove impropriamente si faccia discendere la particella “wi” da “wireless”, dall’assenza di fili che le trasmissioni radio portarono con sé (nel luglio 1897 Marconi fonda a Londra la Wireless Telegraph Trading Signal Company, mentre Nikola Tesla radiocomandava già una barca in una dimostrazione dentro al Madison Square Garden). Occorre, invece, tornare indietro fino al Conte di Winchester, Hugh le Despenser (1 marzo 1261 – Bristol, 27 ottobre 1326) per ricavare l’esatta, e potenziale, etimologia del termine. Il Conte fece installare una rete di avamposti sorvegliati da contadini lungo i campi (fields) della sua contea, in modo da avere un contatto con le informazioni territoriali, le previsioni meteo, i pettegolezzi, le notizie in tempo reale. Wi-Fi è, così, la contrazione di WInchester-FIelds come primo sistema informativo di rete a connessione gratuita. A differenza di quel tempo remoto, in campagna ancora non si trova traccia di Wi-Fi, ed è piú facile ottenere pioggia con l’omonima danza indiana che connessione veloce nelle zone rurali della nostra Nazione. Al contrario, oggi le città – metropoli piccole e grandi non sono smart se non offrono ampie zone di Wi-Fi gratuito, punti di accesso al quale attaccarsi per una quotidiana fleboclisi di dati in entrata e in uscita. Come confidando nell’intensità della preghiera rivolta a deità ulteriori, ora si spera nella “potenza del segnale” e, là dove non sia presente un hotspot gratuito, in una connessione “aperta”, soglia di casa lasciata dischiusa, piú o meno volontariamente, da privati, istituzioni, enti, centri commerciali. Wi-Fi è una sigla che, semanticamente, funziona come una collana di perle, perché si porta dietro, per poter funzionare, una serie di concetti luminosi (Access point, Hotspot, Router, WLAN, Switch, AirPort…) senza i quali il presente sarebbe meno “presente” e queste stesse parole, che li rappresentano, in molti casi non sarebbero neppure leggibili nel momento in cui ora, qui, tu le stai leggendo.

martedì 27 novembre 2012

L’Europa delle città: Amburgo

Fabien Kunz-Vitali

Questo testo fa parte di un’inchiesta collettiva su L’Europa delle città, prodotta in collaborazione con Il Bureau.


La città rintanata nel proprio passato (o: perché i poeti sono da preferire ai sovrintendenti all’edilizia).
In uno dei capitoli di Notre-Dame de Paris, notoriamente indigesti per il lettore curioso di come va a finire la storia, ma troppo breve per l’autore che infatti si scusa della sua schematicità, Hugo traccia un quadro storico dello sviluppo urbanistico di Parigi, dalle origini fino ai giorni della Restaurazione. Raccontando una storia di continuo declino, naturalmente. Dove splendeurs e beautés del passato, quello gotico in particolare, si presentano ormai solo in modo fugace, negli interstizi fra l’uno e l’altro edificio nuovo che deturpa l’aspetto generale, un tempo sublime, della città. Pur nel profluvio delle sue pagine enciclopediche, non sfugge la logica assai semplice secondo cui Hugo declina la storia dell’architettura di Parigi, del resto analoga a un suo atteggiamento scisso verso la Storia in generale: il passato era iniquo, ma bello – il progresso è giusto, ma brutto.

Ora, quando Hugo stava lassú, in cima alla sua vecchia cattedrale, a scrutare il vasto spazio di una città che sembrava non appartenergli piú, e che egli vedeva arretrare irrevocabilmente nel futuro, Parigi era ancora di là dall’assumere quell’aspetto e dal divenire quel luogo che oggi ci è familiare e che, piú o meno, ci affascina. Per cui non possiamo non sorridere delle sue profezie, in particolare, di una Parigi votata al progresso e, ipso facto, al regresso a spazio architettonicamente insignificante. A parte la questione del gusto, una realtà urbana recente come, mettiamo, la Défense (chissà quali batterie analogiche Hugo avrebbe mobilitato contro un progetto come questo) – conferma che è precisamente abiurando, con spontanea brutalità, all’idea della conservazione che Parigi oggi è ancora una Città. Vale a dire una meta costante di persone in cerca, non di musei, ma di una vita; un luogo che, come un organismo, è capace di trasformarsi, di reinventarsi, di inglobare il proprio passato e magari anche di reprimerlo (Freud ha paragonato le stratificazioni dell’apparato psichico alle stratificazioni urbane di una città come Roma). Ecco, non bisogna scomodare i futuristi per affermare che la conservazione, quando si fa principio, può andare bene per un posto come Lubecca, ma non vale per una Città.

Le idee che Hugo espresse a proposito dell’architettura parigina sono interessanti perché, fra l’altro, rinviano a problemi che oggi non sono privi d’attualità. Fra questi c’è anzitutto quello del patrimonio storico e di come proteggerlo affinché, rispetto alle esigenze e alle visioni del futuro, non diventi un semplice baluardo. Ma la domanda pare ancillare a un’altra: in una realtà che si dichiara democratica, in cui l’organizzazione della vita di una comunità, quindi anche l’edilizia, dovrebbe essere mediata da un consenso popolare, come regolare le questioni che riguardano evoluzione ed estetica urbana, soprattutto quando queste toccano dei punti nevralgici, i luoghi esposti e pertanto simbolici di una metropoli? Da quando non è piú un re illuminato a portare da solo la responsabilità di dare un volto alla città, chi ha il diritto e il dovere di decidere? Gli specialisti, certo. Ma a parte le questioni tecniche, per le questioni estetiche, gli specialisti chi sono? Gli starchitetti?

Amburgo, 2007: Herzog & De Meuron vincono l’appalto per la costruzione della Elbphilharmonie, gigantesco edificio navaloide che conterrà insieme sala concerti, albergo, luogo gastronomico, appartamenti privati, parcheggio, piattaforma panoramica... Soprattutto, per la sua posizione di rilievo, cioè sovrastando il porto e la cosiddetta Hafencity (nuova zona urbana che, conglobandoli, cresce attorno agli storici magazzini della Speicherstadt), ledificio è chiamato ad assumere funzione di nuovo simbolo della città, o meglio, di Amburgo che vuole essere Città.

Cosí ovviamente non la vede la gran parte della popolazione locale. Che non vi si riconosce. E qui comincia la nebbia. Chi decide cosa deve simboleggiare una città? Magari non il “popolo” se è vero, come lo è in questo caso, che le visioni per l’espansione urbanistica non si basano su un referendum. E non potrebbe essere diversamente se è vero, come ancora una volta lo è qui, che il popolo tende a rifiutare categoricamente progetti che incrementano e, per forza, alterano l’aspetto a lui familiare di una città. Ora, è chiaro, occorre distinguere. La difesa del vecchio contro il nuovo può avere motivazioni sacrosante, come quando porta a smascherare un falso progresso – per restare ad Amburgo, la protesta contro il sacrificio di un pezzo storico di Altona per la costruzione un punto vendita Ikea. O come quando muove da un disagio sociale facendosi disagio anche logico, almeno per chi dipende da Hartz IV (il programma pubblico di assistenza ai poveri: la povertà non è una prerogativa meridionale) e voglia provare a mettere in relazione i propri stenti con il fasto del tutto inaccessibile, a lui come ai piú, del nuovo “simbolo” della propria città.
Bene. Ma a voler rispettare le ragioni di ogni singolo cittadino (altra nebbia: chi è sufficientemente cittadino da poter far valere le proprie ragioni?) nella progettazione del futuro urbano, probabilmente, non ci sarebbe da costruire piú niente. Ciò ovviamente non significa che non si deve per lo meno cercare di coinvolgere tutti. E in questo senso, l’iniziativa che da quest’anno si sta sperimentando proprio ad Amburgo sotto il nome di Stadtwerkstatt, sorta di officina del dialogo sulla città che coinvolge cittadini, architetti e politici, è senz’altro interessantissima, degna forse della “città intelligente” che impegna il dibattito urbanistico internazionale – a meno di non volerla interpretare pessimisticamente come un sedativo. Solo, le voci cittadine raccolte in questo contesto parlano chiaro. Sono semplici variazioni sul tema del ubi sunt (ovvero si stava meglio quando si stava peggio): Quanto sono belli i vecchi depositi nel porto! Quanto doveva essere bella la città quando erano solo le prominenti chiese protestanti a disegnarne la silhouette! E infine: quanto tutto questo viene sfigurato dal nuovo... E quindi daccapo. Il popolo (un po’ come Hugo, e non a caso) può essere terribilmente conservatore. Non gradisce il nuovo, se non è strettamente in linea con il vecchio. Si indigna dell’estetica degli esempi statuiti da un potere nuovo, e si gongola per l’estetica degli esempi statuiti dal potere storico – di solito, senza nemmeno stare a immaginare il probabile disagio delle generazioni precedenti, a loro volta confrontate, assai meno democraticamente, con il “nuovo”. Insomma: quella bella silhouette storica che tanti vorrebbero poter scrutare senza imbattersi in oggetti estranei, è sempre stata cosí perfettamente armoniosa e “tipica” o piuttosto lo è diventata col tempo? E, ancora, dobbiamo proprio farci invisibili per non disturbarlo, nella sua grandezza e nel suo sublime, il passato? 

Sarebbe bello fare simili domande a Egbert Kossak, ex sovrintendente dello sviluppo edile di Amburgo e oggi portavoce fra i piú autorevoli della protesta contro il rinnovo architettonico della città. Non è che non siano spontaneamente comprensibili certe sue posizioni, come quando per esempio indica negli Event Manager, nei Vip mediatici e in altri venditori di frottole, i veri e completamente incompetenti responsabili dell’attuale sviluppo urbanistico. O quando definisce ignobili (“brutta porcheria”), costruzioni nuove tipo le Torri danzanti. Ma Kossak si mette a sparare a zero contro tutto. Non solo contro la Elbphilharmonie che per lui comunque è un “mostro completamente informe che spezza ogni ragionevole dimensione della città”, quasi i due architetti svizzeri si fossero scordati di usare il righello. Ma contro qualunque cosa interferisca con la sky-line su citata, cioè quella “silhouette costituita dalle sue cinque grandi chiese e con la casa comunale che rappresenta, da ormai 600 anni, l’identità di Amburgo”. Come dire, Amburgo non deve essere una Città, ma deve essere la città che è sempre stata. Deve stare rintanata nel proprio passato.

Nella combinatoria davvero eccezionale e affascinante (per chi osservi da fuori) dei pregiudizi che sembrano accompagnare la controversia, non solo sulla Elbphilharmonie, ma sull’evoluzione urbanistica di Amburgo in generale, gli argomenti del sovrintendente sono i piú rappresentativi. E anche i piú deludenti. Quasi la protezione della sostanza storica, in architettura come altrove, fosse stata il principio che ha reso Amburgo quella che è o che pretende di essere, cioè la “Porta del mondo”. Insomma, il passato è una bellissima cosa. Specie quando viene esaltato ad arte, come nei romanzi di Hugo. Che, invece di parlare come un sovrintendente privo di senso poetico, parlava da poeta con tanto di senso storico (“Ceci tuera cela”). E che, invece di auspicare come soluzione il restauro della vecchia sagoma della città, cioè, piú o meno, il ritorno al tardo Medioevo, si limitava a incoraggiare i suoi lettori a salire sulle torri di Notre-Dame de Paris e a immedesimarsi nella visuale “dei corvi del 1482”. Ecco: consigliamo agli amburghesi di salire sulla torre del loro adorato San Michele e di immaginare, anacronisticamente, la panoramica della città che avevano i gabbiani del 1482.

mercoledì 21 novembre 2012

Pensare snello

Lean è la quarta voce del Dizionario controfattuale dell’innovazione di Matteo Pelliti. Un glossario incongruo fatto di indagini storico-etimologiche che aprono varchi nella stolida compattezza delle parole d’ordine della modernità. Un antidoto ai tic gergali e alle coazioni al nuovo, da somministrare, parafrasando Montale, agli “innovatori che non si voltano”. Uno stupidario puntuale come il mercoledí, tutti i mercoledí, in collaborazione con Il Bureau.


 
Le mie proposizioni chiarificano cosí: colui che mi comprende, le riconosce infine insensate, se è asceso per esse – su esse – oltre esse. Egli deve, per cosí dire, gettar via la scala dopo che v’è salito.
Ludwig Wittgenstein, Tractatus Logico-Philosophicus, § 6.54
Lean è una parola sottile, levigata, snella. Forse deriva da un verbo (to lean) che nell’inglese antico (siamo nel 1200 circa) suona hleonian e stava perpiegare, reclinare, coricarsi, giacere”, insomma il “clinare” latino, o inclinare. Ma piú probabilmente l’aggettivo “snello” deriva dalla radice protoindoeuropea qloinio , cioè “frammento”, qualcosa di sottile. Da qui ad arrivare al “pensare snello” (lean thinking) dei giorni nostri, passa molta strada e, anche, molte automobili. In principio fu, infatti, la lean production, inventata dai giapponesi negli anni Quaranta, per non sprecare niente costruendo macchine e riuscire a “fare di piú con meno”. Ecco profilarsi, sottile, un’intera filosofia di pensiero (il lean thinking è certamente smart; indifferente al cloud? Molto o poco open?) che genera il lean management, oppure la lean construction e le lean factory. La base di questa “filosofia” è trovare gli sprechi per riuscire a eliminarli, producendo di piú con un minor consumo di risorse. I teorici del lean thinking, del pensare snello, potranno mai arrivare a un autosnellimento tale da consigliare ai propri clienti potenziali la rinuncia a tutte le strutture di formazione e ai corsi d’aggiornamento sul “lean” stesso? Un po’ come la scala wittgensteiniana del Tractatus (opera filosofica di solito citata in modo poco lean, cioè in via direttamente proporzionale all’incomprensione delle proposizioni citate, ma su questo, di cui non si può parlare, è meglio tacere…) il lean thinking dovrebbe, infine, applicarsi a se stesso.

Appendice personale. Lean propone un’assonanza con clean, tale che quando mi nominano il lean thinking ci sento l’idea di un clean thinking, “fare le pulizie”, e poi penso al metro campione che sta sotto vetro al Museo dei pesi e delle misure di Sèvres a Parigi. Il costo orario delle pulizie (tra 7 e 10 euro l’ora, in nero) è usato di frequente, nel linguaggio comune, come nuovo metro di misura per qualsiasi compenso, soprattutto nelle nuove professioni intellettuali sottopagate (leggi: gratis). Cosí immagino sempre – e con rispetto – una donna delle pulizie, variamente straniera, con spazzolone, spolverino e ciabatte, in posa statica sotto una campana di vetro al Museo dei pesi e delle misure che sta a Parigi. Chiunque faccia le pulizie di casa, cosí come chi scrive, sa di dover adottare il lean thinking, ma senza buttare via la scala che ha appena lucidato.

martedì 20 novembre 2012

L’Europa delle città: Parigi

Tommaso Matano

Questo testo fa parte di un’inchiesta collettiva su L’Europa delle città, prodotta in collaborazione con Il Bureau: cittadini europei raccontano, attraverso esperienze professionali e di vita, esempi di intelligenza urbana che attivano il sapere creativo delle città, e possono offrire modelli di riconnessione del tessuto culturale europeo.

 
Se esistesse un test del QI per misurare l’intelligenza di una città, la gracchiante voce degli altoparlanti della metropolitana contribuirebbe a far ottenere a Parigi un buon risultato. In quattro o cinque diverse lingue un’anonima signorina ricorda di non lasciare i bagagli incustoditi e di conservare il titolo di viaggio fino all’uscita dalla stazione.
Concessione di poliglottismo e comunicabilità apparentemente paradossale, nella città dell’orgoglio e del nazionalismo francesi, il luogo in cui la proverbiale antipatia parigina diventa verbo (e smorfia), la terra dove la pronuncia sbagliata di un singolo accento può trasformarsi in estromissione dalla semiosfera o piú semplicemente in suicidio sociale.
Rifletto su tale ossimoro mentre sono a bordo della futuristica linea 14, in un vagone affollato di persone che parlano uno strano francese e che invitate dall’insistenza di uno squillo a rispondere al cellulare, sfoggiano fedelmente, e con una certa soddisfazione, la propria lingua materna.
Dev’essere questo che si intendeva, quando si parlava di Europa. Non piú soltanto fenomeni sfuggevoli e apparentemente acefali come lo spread, i tassi d’interesse e i debiti pubblici, ma anche questo ricettacolo di persone che si guardano intorno circospette, consapevoli di esser pesci fuor d’acqua che iniziano a rinunciare alle branchie e imparano a usare i polmoni.
Tutti insieme in quella Parigi che è stata capitale dell’Europa di un altro tempo, di un’altra modernità – fatta di passages , e che oggi nasconde dietro la sua aria decadente da belle epoque il cuore pulsante di una metropoli del presente.

La vita di un emigrante in una metropoli come Parigi sembra assumere le movenze di una struttura dialettica, l’affermazione dell’arrivo, l’alienazione dell’esclusione, e infine il superamento o meglio l’integrazione.
Sta all’intelligenza della città accompagnare questo movimento, addolcirlo, rendendo risorsa i propri luoghi, affinché i cittadini (anche stranieri) diventino a loro volta risorsa per la città. Lo Stato francese stanzia notevoli borse di studio per gli studenti stranieri in trasferta a Parigi (che conta diciassette università) e offre fondi per sostenere i prezzi astronomici degli affitti. La vita resta comunque troppo costosa e la macchina burocratica un mostro pletorico difficile da sconfiggere, le banlieues sono l’altra faccia di una medaglia che porta in effige le facciate borghesi dei palazzi haussmaniani e vanta il maggior numero di turisti al mondo, il modello d’integrazione multiculturale si è rivelato, al fondo, fallimentare e le forme di aggregazione sociale soffrono una sostanziale indifferenza verso l’altro da sé.
Ma. Ma è vero che Parigi è stata, ed è, una città all’avanguardia nell’ambito dell’offerta culturale, un luogo in cui l’industria culturale funziona perché vende, e i soldi fanno la facilità/felicità delle librerie, dei cinema, dei teatri.
Tanto per fare un esempio, invito chiunque non ci sia ancora mai stato a recarsi presso la grande libreria Gibert & Joseph che si erge sul boulevard St. Michel per provare a comprendere la portata referenziale della metafora “il peso della cultura”. O sfido a conoscere tutti gli infiniti piccoli cinema indipendenti, che sopravvivono nonostante la concorrenza con multisale dagli innumerevoli schermi. Per non parlare poi del polo museale e bibliotecario, praticamente un’altra città nella città. Parigi ha introdotto la Notte Bianca e la Notte dei Musei, e di notti in cui tutte le vacche sono nere non ne ha conosciuta nemmeno mezza, visto che è la ville lumière, e le vacche non girano libere per le strade.
La capacità che attività culturali socialmente trasversali hanno di rifigurare la praxis della città, è un aspetto che potrebbe contribuire a una definizione di intelligenza della metropoli, anche se sotto un profilo non immediatamente infrastrutturale o tecnologico.

È degna di nota, in questo senso, la Fête de la musique. L’iniziativa – che va in scena da trent’anni ed è già stata esportata in mezzo mondo – è articolata attraverso la disseminazione di concerti gratuiti in giro per la città. La particolarità è che, anche se alcuni concerti sono organizzati dal Comune, viene data l’opportunità a gruppi di artisti, previa iscrizione, di suonare liberamente in strada. Lo slogan della Fête de la musique è infatti l’omofono Faites de la musique. Non si tratta propriamente di un festival musicale; i cittadini possono improvvisare concerti negli spazi pubblici della città. La festa si tiene il 21 Giugno e ha ormai raggiunto un livello di diffusione europeo. L’evento è stato infatti allargato, divenendo European music day, garantendo reciproci scambi di artisti tra un paese e l’altro. In Italia, grazie all’Associazione italiana per la festa della musica, l’evento è giunto alla sua diciottesima edizione, e attraverso la collaborazione con il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali promette di espandersi e guadagnare una cassa di risonanza sempre maggiore.
All’abituale idea di consumo culturale di massa, in stile Nuit blanche, questo tipo di iniziativa oppone una versione che in lessico internautico potremmo definire 2.0. I cittadini, infatti, non si limitano a essere fruitori dell’offerta, ma la producono. Che il coordinamento sia di livello europeo, poi, non può che essere una buona notizia: se è vero che la costruzione di un’identità culturale europea è una sfida che stiamo ancora affrontando, qualcosa che abbiamo posposto alla moneta unica e agli ordinamenti politici, iniziative di immediato contatto con il territorio non possono che essere positive.

Non credo sia vero, come vorrebbero certe interpretazioni, che l’Europa abbia inscritto in sé, già nel suo etimo, un carattere destinalmente crepuscolare. Credo sia invece necessario perseguire quella strada che vuole nella storia d’Europa la storia dei tentativi di fornire una risposta alla domanda “che cos’è l’Europa?”. E credo che questi tentativi, nel loro fallire sempre meglio, possano quantomeno contribuire a sviluppare nei cittadini d’Europa che già siamo, il senso di una comune appartenenza.
Che le città, attraverso le loro pratiche del vivere assieme, si facciano carico di questo compito, è una speranza, ma anche la constatazione di qualcosa che già avviene. Tanto la metropoli può contribuire con le forme del suo sviluppo alla costruzione di un’identità europea, quanto l’Europa può influire sul mutamento della metropoli stessa.
La (ri)appropriazione degli spazi pubblici assume un carattere doppiamente rivelatore nel momento in cui svela che quegli spazi sono abitabili – e anzi sono già abitati – e che gli inquilini che orbitano in quello spazio pubblico da cui la frenesia della metropoli sembra volerci esiliare, vengono da un paese piú grande del nostro, cui però anche noi apparteniamo.
La rapidità con cui le nostre prassi del vivere quotidiano si sono riorganizzate e continuamente, silenziosamente, lo fanno, ci spinge verso un modo di stare nella città, nelle città, cui stentiamo a dare nomi. La solidità di una pratica culturale e sociale condivisa offre, oltre all’affermazione di un’appartenenza, un raggio di luce sulla vertigine di tale frenesia.

Che esista una piazza in cui la sera gli abitanti del quartiere si riversano per evitare che divenga spento monumento in vetrina per il turismo, che vi si possa ascoltare un concerto improvvisato dagli stessi cittadini, che per raggiungerla ci si serva dell’avanguardistica (ormai già “vecchia” per città come Copenaghen) metropolitana senza conducente, con un servizio totalmente automatizzato e puntuale, che (quasi) tutti i luoghi siano accessibili ai disabili, che i non vedenti possano vivere la città, percorrerla orientandovisi, che gli autobus notturni dispongano di un servizio di sorveglianza in collegamento con i commissariati di polizia, che questa intelligenza sia insomma la cifra dello sviluppo di una metropoli come Parigi, può e deve essere fonte di ispirazione per tutta l’Europa, che nell’orizzonte del progresso delle proprie città è già, del resto, sempre implicata.

Tommaso Matano, 22 anni, studia e ha studiato filosofia a Roma, e per un po' a Parigi. Per ora non ha realizzato nulla di importante, ma se dovesse farlo questa nota biografica sarà la prima a saperlo.

giovedì 15 novembre 2012

La città mediale


In collaborazione con Il Bureau

 A Barjac, nel sud della Francia, Anselm Kiefer ha costruito La Ribaute, un agglomerato di edifici, scale, cuniculi e gallerie che si rincorrono lungo una vasta superficie nella campagna francese. Una piccola città esposta alla lenta corrosione degli elementi naturali, e quindi destinata a trasformarsi in rovina. Una simile idea di archeologia inversa Kiefer ha trasferito, amplificandola, nel 2004 all’HangarBicocca di Milano, nei suoi Sette palazzi celesti. Sette torri di altezza variabile tra i 14 e i 18 metri, in cemento armato, che interpretano i palazzi descritti nell’antico trattato ebraico Sefer Hechalot. Una città monumentale e divina precipitata sulla terra, che invita alla contemplazione sintetica delle macerie di tutte le civiltà umane, mostrando una sineddoche dei sempre ricorrenti tentativi terrestri di edificazione. Il tempo e la storia si manifestano attraverso la consunzione della materia e l’erosione delle forme, mentre dalla trama delle rovine affiorano gli oggetti desueti che sono stati agenti della civilizzazione: libri ridotti a un silenzio di piombo, mezzi di trasporto, macchine da guerra, immagini cieche con i loro strumenti di produzione e riproduzione, incapaci di sottrarle alla minaccia dell’oscuramento e dell’oblio.

Letteralmente all’ombra di questa memoria pietrificata, archeologia  di simboli, scorrono i flussi sonori e luminosi di un display riecheggiato all’infinito dagli specchi: Unidisplay, istallazione temporanea di Carsten Nicolai collocata accanto all’opera di Kiefer. Il senso del tempo e dello spazio che Kiefer affida alle tracce che incidono le cose si trasfonde con Nicolai  nell’immaterialità del digitale. Il peso di milioni di atomi condensati nel cemento armato si scioglie nella fluidità dei bit. La cui scansione binaria è ribadita dalla rigorosa bicromia del bianco e nero. Le masse luminose e gli impulsi sonori compongono sul display un grafico dell’esistenza nel quale alle tracce della storia si sostituiscono i significati composti dalle intensità, dalle frequenze, dai ritmi. La città risolve la propria topografia nella descrizione sintetica dei flussi di informazione che la attraversano. Come specchio digitale dei Sette palazzi di Kiefer il display di Nicolai diventa una riflessione sulla forma della città nell’epoca della sua rappresentazione mediale

video

Del resto esiste un legame originario tra l’arte e la rappresentazione della città come piattaforma di comunicazione, groviglio di segni e messaggi. L’arte descrive la città sfruttando il sapere tecnologico piú avanzato che la città e il suo tempo sono riusciti a produrre: dal prodigio tecnico della cupola di Brunelleschi, compimento dei saperi di un’epoca, al display di Nicolai che consegna alla città la sua mappa digitale. Dove non ci sono piú oggetti ma nodi, flussi e campi di distribuzione dell’informazione.

La città non è soltanto quanto è racchiuso dal perimetro delle sue mura, o l’insieme delle sue funzioni istituzionali. Lo spazio urbano è fatto di tutto quanto contribuisce a costruire significati, gli elementi materiali e immateriali, le relazioni, gli eventi, le influenze, i rapporti di forza, i flussi che attraversano i luoghi. La città si estende oltre le cose, gli edifici, gli individui che contiene, e diventa un’ipotesi di senso, l’immagine mentale che ciascuno si fa dello spazio della vita.


La città è un processo, una pratica permanente, qualcosa che si fa qui e ora e che si intreccia alla produzione incessante di segni che scaturisce dal vivere sociale. Città e atto comunicativo condividono questa dimensione del fare all’interno della quale si scambiano soluzioni tecniche e concettuali, in una attribuzione continua, e reciproca, di significati.


Attraverso le strutture della comunicazione la città assimila la mutazione delle tecniche, collocandola dentro un sistema che include l’economia e in generale tutte le articolazioni dell’organizzazione sociale. La comunicazione allestisce all’interno della città un laboratorio di invenzione che ha un rapporto osmotico con il contesto urbano. Mentre indaga, critica, descrive lo spazio della città, la comunicazione lo modifica e ne è modificata. Si colloca dentro la città come ipotesi progettuale, genera interpretazioni dello spazio che producono uno scarto rispetto all’esistente urbanistico, e suggeriscono modelli di trasformazione.

mercoledì 14 novembre 2012

Dall’altra parte di “chiuso”

Open è la terza voce del Dizionario controfattuale dell’innovazione di Matteo Pelliti. Un glossario incongruo fatto di indagini storico-etimologiche che aprono varchi nella stolida compattezza delle parole d’ordine della modernità. Un antidoto ai tic gergali e alle coazioni al nuovo, da somministrare, parafrasando Montale, agli “innovatori che non si voltano”. Uno stupidario puntuale come il mercoledí, tutti i mercoledí, in collaborazione con Il Bureau.


Open
Il recinto di una nuova religione, questo rischia di divenire “open” (per Open Source) quando vuol rappresentare l’avamposto concettuale in uno scontro di civiltà tra “codici aperti” e “codici chiusi”. La radice di “open” è parente di up, che deriva dal sub latino e dell’hypó greco, dove il sotto diventa, incredibilmente, sopra. Quando trovi questo “op”, in tutte le lingue indoeuropee, trovi qualcosa che sta dall’altra parte di “chiuso”. Eppure non c’è un aperto senza un chiuso, sono concetti relazionali che vivono solo dialetticamente. In un mondo di facce tutte tristi, diceva un filosofo austriaco, non avremmo piú il concetto di “tristezza”. Alcuni esempi di “codice chiuso”: il motore di un automobile, il matrimonio, i monoteismi. In realtà il Cristianesimo, all’inizio, era pure abbastanza “open”, poi ci si è messo Costantino I con il Concilio di Nicea (325 d.C.) e ha messo a posto tutti i programmatori indipendenti (eretici). Chissà se Richard Stallman è favorevole o no all’open marriage? (espressione datata appena 1972 nei dizionari inglesi, ma di storicizzazione impossibile circa la sua prassi). Un sapore religioso investe spesso i termini dell’informatica (codice sorgente… di vita?) e la conseguente fiction fantascientifica che si è esercitata sul tema (Matrix, in modo eminente) ma il confronto codice aperto/codice chiuso è più vecchio dell’informatica stessa perché è, a suo modo, archetipo della costruzione e della trasmissione del sapere, della conoscenza. Non a caso si parla di una “filosofia” open che si esercita attraverso alcune libertà (studiare come funziona un programma, adattarlo alle proprie necessità e ridistribuirlo pubblicamente). Ecco che, subito, come per smart, open diviene prefisso buono per un’intera batteria di pratiche e concetti: open content, open government, open access, open knowledge (senza contare openspace e openoffice) e pure il cloud dovrebbe essere open; buon ultimi, in fine, gli “open data”: un sistema che mi permette di sapere, liberamente e gratuitamente, una quantità spropositata di cose inutili che non mi occorrerebbe sapere, dati pubblici che non avrò mai modo di usare sensatamente: il numero di scarpa di tutti gli uscieri della pubblica amministrazione centrale e locale, in formato non proprietario (open shoes).

mercoledì 7 novembre 2012

Nuvole che mimano montagne


Cloud è la seconda voce del Dizionario controfattuale dell’innovazione di Matteo Pelliti. Un glossario incongruo fatto di indagini storico-etimologiche che aprono varchi nella stolida compattezza delle parole d’ordine della modernità. Un antidoto ai tic gergali e alle coazioni al nuovo, da somministrare, parafrasando Montale, agli “innovatori che non si voltano”. Uno stupidario puntuale come il mercoledí, tutti i mercoledí, in collaborazione con Il Bureau.

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
Eugenio Montale, Ossi di seppia, 1925

 
Cloud
Tutta la leggera vaghezza, o la vaga leggerezza, portata in dote dalle parole della modernità si ritrova condensata in “cloud”. Il significato primo appare vecchio quanto il mondo, “nuvola”, dove nel suo etimo inglese ha un curioso risvolto: nomina ciò che è leggero per definizione ma ricorrendo alla sua somiglianza con ciò che pesa, consiste, il “clod”, masso di roccia: le nuvole che mimano montagne. Ora di dati. Le “nuvole” sono divinità potenti per chi ha voglia di non dimenticare piú niente: sono loro che ci rendono capaci, nei nostri computer, di pensare, di parlare, di riflettere. Oggi “cloud” si associa tipicamente al computing, nell’espressione cloud computing, vale a dire: qualcosa che ti serve per fare qualcosa sul tuo computer che non sta sul tuo computer ma sfruttando qualcosa che sta disseminato in tanti altri computer, alcuni detti server, che quando te lo spiegano ci disegnano sempre intorno, a tutti questi computer o server, un grosso fumettone fatto a forma di nuvola, da qui “cloud” (per il lettore che volesse una definizione piú circostanziata consiglio una ricerca “wiki”, che funziona in modo “cloud” essa stessa). Cloud designa un’intera modalità di concepire la condivisione dei dati e, per estensione, quasi lo stesso “stare in rete” come insieme di azioni di condivisione attraverso montagne di dati. Le nuvole che mimano montagne. C’è chi ha osservato, però, che il “cloud” non sia tanto “open” e che ponga, inoltre, rilevanti problemi di privacy. Il cloud può essere smart se non è anche open? Il cloud computing conserva delle nuvole la fragilità, tale che i tuoi dati staranno lí appesi in goccioline vaporose, pronte a cadere giú – “come lacrime nella pioggia” – o ad esser perse per sempre al primo salto di backup o per scintilla nell’incendio dei server, ultime nostre vere divinità remote. L’incendio delle Nuvole, ecco il nuovo sacrilegio da scongiurare.
“Sono Nuvole del cielo, divinità potenti per chi non ha voglia di fare niente: sono loro che ci rendono capaci di pensare, di parlare, di riflettere, e di incantare e raggirare.” (Aristofane, Le nuvole)