giovedì 27 dicembre 2012

Mitologie urbane. Il mito dell’orientamento


di Tommaso Matano
 
Mitologie urbane è un osservatorio sugli schemi narrativi che organizzano la nostra esistenza, e in particolare sui “racconti sociali” che attraversano lo spazio della città. In collaborazione con Il Bureau.



 

“Non sapersi orientare in una città non significa molto.
Ci vuole invece una certa pratica per smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta. I nomi delle strade devono parlare all’errabondo come lo scricchiolio dei rami secchi, e le viuzze del centro gli devono scandire senza incertezze, come in montagna un avvallamento, le ore del giorno. Quest’arte l’ho appresa tardi; essa ha esaudito il sogno, le cui prime tracce furono i labirinti sulle carte assorbenti dei miei quaderni.”
Walter Benjamin, Tiergarten, in Infanzia berlinese


Orientarsi significa volgersi verso oriente, verso il luogo in cui la luce sorge e dona allo spazio una sua intelligibilità. Ma orientarsi significa anche delimitare, contornare il dove in cui ci muoviamo. La particolarità dell’orientamento è che non si configura come un progetto, come l’ipotesi di un percorso. L’orientamento è una mappa dei luoghi che costruiamo muovendoci all’interno dei luoghi stessi, un processo in divenire, che si conquista sul campo.
L’orientamento condivide con l’orizzonte un originario rimando all’idea del confine, dell’estremità.

Orientarsi vuol dire, in qualche misura, sentirsi a proprio agio con gli orizzonti, riconoscerli.

Una città fornisce dei limiti molto precisi, artificiali, costruiti ad arte per renderla abitabile. Una città è il luogo dell’orientamento per eccellenza: lo è per il fatto di avere una geometria, un centro, una periferia, una geografia di collegamenti, una tassonomia. Perdersi in una città sembrerebbe un’impresa ardua, contraria alle regole.

Eppure avviene. Ci si smarrisce perfino nella propria città, nei punti ciechi che non abbiamo mai frequentato, sul crinale di nuovi quartieri, nell’inaspettato risolversi della topografia cittadina in uno schema mai visto. Ci si smarrisce in modo sorprendente, o talvolta in modo scontato.
Capita anche di perdersi andando incontro allo smarrimento consapevolmente.

Questa trasgressione alle leggi della città, però, non ci mette alla porta, non ci esilia dal tessuto urbano.
Certe volte, anzi, ci consente di penetrare nei luoghi con una forza del tutto nuova.
Il valore euristico dello smarrimento potrebbe essere attestato ammettendo che per il viaggio valga, come per tutte le ricerche, il principio della serendipità (quel fenomeno che Julius Comroe Jr. descrive come “cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino”).
Perdersi può consentire di trovare piú di quello che stavamo cercando.
Questo romantico piacere dello smarrimento, questa gioia dell’infrazione, deve oggi fare i conti con la potenza della tecnologia.

Ci si può ancora perdere, in una città intelligente?

Convochiamo a titolo d’esempio il navigatore satellitare. Uniamo il navigatore satellitare allo smartphone. Ed ecco l’inviolabile interdetto: Non ci si smarrisce.

Vivificata, la tecnologia ci parla scandendo nell’orecchio la strada da percorrere. Lo strumento ci indica la via. Lo fa spontaneamente, quasi anticipando la nostra domanda. Il navigatore ci individua e ci dice cosa fare. Dove andare. Non serve chiedere informazioni, non serve leggere il nome delle strade, non serve sapersi collocare nell’educata miniatura di mondo che è la mappa.
Il navigatore, sempre a portata di mano grazie alla sua integrazione con lo strumento che ci rende comunicativi e reperibili, cioè aperti sul mondo 24 ore su 24, veglia sui nostri movimenti.
Dissipando ogni indecisione, ogni tentativo, ogni scorciatoia, ogni imperfetta mossa umana di orientamento, la macchina non ci insegna lo spazio. Ce lo indica.
Invitati dall’incomparabile comodità delle istruzioni a seguire la strada che suggerisce il navigatore, noi percorriamo pezzi di strada che rientrano in un ordine che non ci riguarda, che ci rimarrà necessariamente estraneo.
Strumento con cui la città fa rispettare le sue regole, il navigatore non ha nulla a che fare con la navigazione. Non è una bussola, né una cartina, non è una costellazione.
Esso è piuttosto un legislatore, un’autorità.
Rispondendo alla paura che la fragilità dello smarrimento porta con sé, il navigatore ci invita al percorso escatologico e sommesso di un itinerario prestabilito. Come un Dio che guarda la città da altezze orbitali, il navigatore ci vieta l’errore, ricalcolando di continuo il percorso, riadattandolo, scaltro, plastico, sensibile alla nostra fallibilità.
Il navigatore, piú che aiutarci a trovare la strada, la crea. Severo, distante, perentorio ci mostra la città nella sua veste piú inquietante: come uno scenario da attraversare, da lasciarsi alle spalle. E soprattutto, il navigatore, cosí come l’accessibilità a internet in ogni momento, ci illude di liberarci della piú umana delle caratteristiche: il dubbio.

Lo smartphone, questo spietato elogio della certezza, con il suo corredo oracolare di risposte a tutte le nostre domande, ci annuncia che il tempo dello smarrimento è finito.

“Di chi era quel film? Dai quel film con quell’attore…”. “Aspé che lo vedo sull’iPhone. Era…”

Tale schiacciante vittoria dell’enciclopedia sull’arte della discussione (e della memoria) ha il suo corrispettivo nel viaggio. Con il navigatore noi non impariamo la strada. La eseguiamo.

La consapevolezza impeccabile della via da percorrere, questa conoscenza superiore e inumana, consegnata alla perfezione dell’intelligenza artificiale, può rivelarsi presto illusoria.
Perché tali strumenti, piú che orientarci, ci deresponsabilizzano, sgravandoci dal peso della ricerca.

Può capitare che il navigatore ci indichi una via impercorribile, chiusa per lavori.

Lí, di fronte al silenzio della sua scienza, ci riconcilieremo con la dignità dell’esplorazione.

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