mercoledì 13 febbraio 2013

Abilità intangibili


“Skill/Asset” è la quindicesima voce del Dizionario controfattuale dell’innovazione di Matteo Pelliti. Un glossario incongruo fatto di indagini storico-etimologiche che aprono varchi nella stolida compattezza delle parole d’ordine della modernità. Un antidoto ai tic gergali e alle coazioni al nuovo, da somministrare, parafrasando Montale, agli “innovatori che non si voltano”. Uno stupidario puntuale come il mercoledí, tutti i mercoledí, in collaborazione con Il Bureau.



L’Italia ha un asset nella manica
Lapo Elkann, 2013

Capacità di fare bene qualcosa; tecnica, abilità. Per “skill” s’intende, solitamente, un’abilità acquisita o imparata, a differenza delle abilità innate. Cosí, da dizionario. Un impasto di italiano e inglese costituisce ormai il patchwork di qualsiasi discorso si tenti, nella lingua di Dante, sui temi dell’innovazione – e anche, spesso, nei campi della formazione e del lavoro – in una giostra di plurali armonizzati tutti con la “s” finale. Ed è un dato tanto ovvio da non riuscire piú a suscitare nessun accento critico o osservazione originale, né tantomeno la ricerca d’una via di mezzo tra il protezionismo linguistico d’oltralpe (“Mot-dièse” che sostituisce, per legge, “hashtag”, gennaio 2013) e la nostra tradizionale anglofilia un poco facilona. Nei curricula si indicano le proprie “skills”, a loro volta divise in soft skill (competenze trasversali e relazionali) e hard skill (competenze tecniche). E già il suono dei due termini illude, il portatore di skill, che il suo curriculum riluca di una maggiore brillantezza, cosí ben conformato al “modo odierno”. Le abilità diventano un patrimonio, le abilità dei dipendenti di un’azienda entrano a fare parte degli “assets” dell’azienda stessa. Assets, cioè le risorse, i beni disponibili, deriva dal latino ad satis (abbastanza). Il singolare asset è un calco artificiale, attestato in inglese solo a partire dagli anni Settanta del Novecento. Dall’ambito unicamente economico che nel ‘500 ospita la parola inglese vi è un progressivo slittamento di significato, in una corsa che si arresta nel luminoso – e voluto – calembour citato qui sopra, “l’asset nella manica”. Indifferentemente troveremo usato “asset” per riferirsi alle caratteristiche proprie di un’azienda (molto di moda gli “asset intangibili”, cioè tutte quelle variabili non rappresentate nei bilanci ma che contribuiscono a crearne il valore – il “capitale umano”, la percezione che dell’azienda si ha nel mondo...) di una persona, di un prodotto, di una nazione intera. Il lessico dell’innovazione abdica volentieri all’esattezza, purché non venga mai a mancare l’elemento magico dei suoni stranieri, di mono e bisillabi lucenti. Quante skill e quanti asset ci vogliono per regalare a una Nazione il 37% di disoccupazione giovanile?

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